Tutto si può dire di Giulio Tremonti, tranne che non sappia guardare lontano. Soprattutto se si leggono i suoi libri. Da “Nazioni senza ricchezza a ricchezza senza nazioni’, che più di vent’anni fa traguardava la globalizzazione a “Il fantasma della povertà”, del 1995, in cui prefigurava l’attuale grande migrazione dal Sud del mondo, verso Nord e verso Occidente, a “Rischi fatali”, del 2005, in cui preconizzava il declino dell’Europa vecchia, il pericolo dell’ascesa cinese e lo sterile fideismo verso il “mercatismo suicida”. O ancora “La paura e la speranza”, del 2008, in cui raccontava l’avvicinarsi dello spettro di una crisi finanziaria globale. A valle, un cable americano svelato Wikileaks che Tremonti rivendica orgogliosamente: «Tremonti ha sempre espresso forti dubbi in merito ai benefici della globalizzazione, e (ha) una filosofia economica eclettica». Soprattutto, preoccupavano gli americani la sua volontà di «riforme radicali nelle finanza internazionale», come «abolire gli hedge fund e creare nuovi ruoli per il Fondo monetario internazionale e la Banca Mondiale nel supervisionare i mercati finanziari». Non uno di quelli alla Joao Manuel Barroso, che diventano presidenti di Goldman Sachs dopo la carriera politica, per intenderci. (segue)

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